Architettura e ingegneria, un’armonia da difendere, un’autonomia da pretendere.

Architetto o ingegnere? C’è sempre molta confusione al momento di scegliere il professionista a cui affidare un incarico. Eppure le differenze ci sono ed esigono di essere osservate.

Dal greco architetto significa “capo costruttore”.

Mentre l’ingegneria ha una connotazione prima di tutto tecnico-scientifica e – basandosi su conoscenze di tipo matematico, meccanico e fisico – produce sistemi con cui soddisfa le esigenze tecniche e materiali della società, l’architettura si occupa, come prima cosa, di progettare per l’uomo e con l’uomo gli spazi dell’abitare.

L’architetto quindi si occupa dell’individuo e della collettività, e le architetture, di qualsiasi tipo esse siano, costituiscono creazioni dell’ingegno dal carattere originale e spesso percepibili attraverso i sensi.

Architetto e ingegnere, laddove le richieste della committenza lo richiedono, devono lavorare in profonda sinergia utilizzando i sistemi scientifici per rispondere a necessità umane.

Il progetto architettonico si fonda su dettami complessi, risultato di studi (per lo più umanistici), passioni, esperienze e inesperienze, curiosità, capacità critiche, spirito di osservazione e sensibilità personali. L’architetto lavora in autonomia quando l’obiettivo dell’intervento è la trasformazione dell’ambiente in cui si abita e quando lo spazio da modificare non richiede tecniche e sistemi puramente scientifici, bensì un’azione volta a rispondere ai bisogni abitativi. Quando indispensabile al miglioramento della vita dell’abitante è una modifica delicata e sensoriale meticolosamente incentrata sull’uomo, esistono infinite azioni, puntuali o di ampio respiro, volte alla funzionalità e al miglioramento dell’ambiente, e il cui obiettivo è sempre quello di potenziare il benessere dell’abitante, che hanno come conseguenza anche il miglioramento estetico generale. Parliamo per esempio dell’esposizione degli ambienti, la sostituzione di alcuni materiali, l’uso del colore, la disposizione dei locali, l’uso dei profumi, l’ombra, la luce, i suoni… strategie di azione molteplici, guidate tutte dal primo fondamentale atto, l’osservazione.

Altre volte è invece l’ingegnere a lavorare da solo: accade quando l’intervento è di cura e sola miglioria dell’oggetto edificio, senza che la sua natura, le sue funzioni, il suo aspetto e la sua vita debbano essere ripensate. Cioè quando l’obiettivo non è un chi ma una cosa, le tecniche scientifiche possono bastare, e l’ingegnere potrebbe a sua volta non aver bisogno dell’architetto.

Non andrebbe tuttavia mai dimenticato che anche in questi casi l’aspetto estetico non può essere tralasciato, e pertanto potrebbero rivelarsi utili consulenze architettoniche, perché l’edificio sempre e comunque viene vissuto anche da chi solo lo guarda.

In definitiva, in ogni ambito dell’edilizia, qualsiasi costruzione, ristrutturazione, modifica, miglioria, e in generale ogni intervento su tutto ciò che è costruito da e per l’uomo non dovrebbe prescindere da una perfetta sinergia tra le due professioni. Come in ogni mestiere esiste l’eccezione, è vero, che è caratteristica del singolo individuo e non certo attribuibile come tratto definitivo della professione che esso ha scelto di svolgere ma errore, certamente chiaro, è far sbrigare il mestiere umanistico al tecnico. E viceversa.

percorso pedonale sotto un ponte per auto, un chiaro esempio di totale assenza di sinergia

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